A partire dal XX secolo l’approccio puramente medico-biologico alla malattia mentale è entrato progressivamente in crisi. Si è compreso, infatti, che lo stato mentale di un soggetto è strettamente legato non solo a fattori di tipo fisico ed organico, ma anche al contesto sociale in cui egli si trova a vivere. Questa rivoluzione in campo psichiatrico è stata resa possibile anche da alcuni importanti fattori storici di rottura che hanno modificato l’approccio generale alla malattia mentale:

? grazie allo sviluppo dell’approccio psicanalitico, il disturbo mentale iniziò ad essere concepito in termini dinamici e dialettici, come il risultato di un conflitto tra pulsioni umane e imposizioni sociali, scardinando così la visione puramente organicistica ed individuale del disagio psichico;

? la diffusione degli psicofarmaci a partire dagli anni ’50, permise di controllare gli eccessi emotivi del paziente, facendo così venir meno la principale giustificazione dell’internamento manicomiale;

? infine i movimenti anti-istituzionali degli anni ’60, criticarono la psichiatria tradizionale e il concetto stesso di malattia mentale, denunciando gli effetti patologici delle istituzioni totali.

 

Come ha chiaramente evidenziato il movimento antipsichiatrico, il manicomio, invece di risolvere le cause di base che generano il disturbo psichico, tendeva ad aggravare la situazione, portando alla comparsa di nuovi sintomi. Con la chiusura dei manicomi sono state sviluppate nuove strutture assistenziali, volte a supportare il paziente psichiatrico senza separarlo dal suo contesto normale di vita.

Il movimento dell’antipsichiatria nacque all’inizio degli anni ’60 quando alcuni psichiatri, assieme al sociologo E. Goffman, condussero una intensa lotta contro la psichiatria classica e i suoi metodi, causando la crisi del concetto stesso di malattia mentale e dell’istituzione manicomiale.

In Italia il movimento dell’antipsichiatria è legato soprattutto alla figura di Franco Basaglia, che sin dagli anni ’50 tentò di trasformare gli spazi tradizionali di ricovero e contenzione in una struttura aperta e democratica, rifacendosi al modello delle comunità terapeutiche sviluppato da Maxwell Jones e cercando di responsabilizzare gli utenti anziché riservare loro un ruolo meramente passivo.

(La prima comunità terapeutica fu creata nel 1952, in Inghilterra, dallo psichiatra Maxwell Jones, con l’obiettivo di far partecipare i pazienti, e quindi responsabilizzarli, nella gestione dell'istituzione psichiatrica in cui erano ospitati. L'idea era quella di trasformare una rigida organizzazione gerarchica, in cui i rapporti erano di tipo “verticale”, in una organizzazione “orizzontale” con un rapporto paritario fra gli utenti e gli operatori sanitari.)

Negli anni '60 l’antipsichiatria aveva richiesto la chiusura dei manicomi e l’abolizione di ogni trattamento aggressivo da parte delle autorità, partendo dell’idea che le malattie mentali non si potessero curare semplicemente come malattie organiche, perché i disturbi derivano da condizionamenti ambientali e sociali. In questo contesto, Basaglia denunciò il carattere ideologico della psichiatria classica e l'uso limitante della sola terapia farmacologica.

Nel 1978 venne approvata la legge 180, stesa dallo stesso Franco Basaglia, che contiene alcuni principi fondamentali come la chiusura delle strutture manicomiali e la ridefinizione dei criteri per i Trattamenti Sanitari Obbligatori, in modo da garantire una maggior tutela dei diritti del malato. Propone inoltre dei servizi di prevenzione, cura e riabilitazione extraospedalieri, che non implicano

il ricovero ma si articolano sul territorio. La legge 180/78 venne poi riassunta nella legge di Riforma Sanitaria (L. 833/78).

La situazione dell’assistenza psichiatrica nelle diverse aree del nostro paese rimase però molto eterogenea; la legge 180, infatti, si limitava ad indicare alcuni principi guida, lasciando alle Regioni il potere di decidere autonomamente i modelli organizzativi. A partire dal 1994, con la stesura del primo progetto-obiettivo nazionale sulla tutela della salute mentale, si tentò di uniformare maggiormente anche il modello organizzativo.

Nonostante alcune critiche e proposte di revisione, la legge 180 è ancora la legge quadro che regola l'assistenza psichiatrica in Italia.

Le strutture che si occupano di salute mentale si articolano oggi sul territorio, per eliminare la discriminazione e la segregazione dei pazienti, e prevedono la collaborazione di molteplici figure professionali (medici psichiatri, psicologi, assistenti sociali, educatori, infermieri, operatori socio-sanitari e amministrativi)

 

AZIENDA SANITARIA LOCALE (ASL)

E’la cellula fondamentale del servizio sanitario nazionale;

ha compiti di prevenzione, cura, assistenza ospedaliera

e riabilitazione delle malattie fisiche e psichiche

 

 

 

DIPARTIMENTO DI SALUTE MENTALE (DSM)

E’l’organo che indirizza e coordina tutti i sevizi rivolti alla salute mentale presenti nel territorio provinciale

 

 

CENTRI DI SALUTE MENTALE (CSM)

Svolgono all’interno di un distretto, attività ambulatoriali, visite specialistiche, interventi

di cura e riabilitazione, di prevenzione

e promozione della salute

 

SERVIZIO PSICHIATRICO DI DIAGNOSI E CURA (SPDC)

E’ un reparto ospedaliero che accoglie i pazienti con disturbi acuti

 

 

STRUTTURE INTERMEDIE

CENTRI RESIDENZIALI

Strutture riservate a pazienti che necessitano di una residenza autonoma

CASE ALLOGGIO

Rivolte a pazienti che non hanno un supporto familiare e che durante il giorno svolgono altre attività

CASE FAMIGLIA

Alloggi che ospitano un piccolo gruppo di pazienti secondo modalità comunitarie

 

CENTRI DIURNI

Realizzano interventi psicoterapeutici, educativi e di ergoterapia per promuovere la socialità

 

POSTI DI LAVORO PROTETTI

Consentono un reinserimento sociale e la possibilità di sviluppare una maggiore autonomia

 

Accanto ai servizi forniti dalle istituzioni operano anche numerose cooperative, associazioni e gruppi di volontariato, che garantiscono un legame con il territorio e con i cittadini oppure rappresentano le istanze degli utenti e delle loro famiglie. Forniscono, inoltre, un supporto essenziale per la promozione della salute mentale, attraverso centri di ascolto e gruppi di auto-mutuo aiuto.